16 giugno 2015

Come si chiamava la mia ragazza?

(Voce fuori campo) Michele Del Gaudio avrebbe voluto essere un intellettuale, uno vero, conoscere tutto il cinema di Marco Ferreri, essere in grado di scalare i piani di lettura delle storie per arrivare alla vetta del senso. Leggendo la pagina di wikipedia dedicata al regista, s'imbattè in questa definizione: (...) le sue opere, realizzate con uno stile tra il kafkiano ed il buñueliano, sono profonde e ponderate analisi socio-antropologiche sulla condizione esistenziale dell'uomo moderno (...). Il coatto che coabitava in lui, in perenne conflitto con un'altra decina di altre personalità, esclamò: 'sti cazzi! Non nell'accezione menefreghista del termine, ma come espressione di stupore. A dire il vero, essendo il protagonista napoletano, qui si sarebbe dovuto usare il termine tamarro. Ma coatto faceva più chic, e l'esclamazione sarebbe stata più banale: un semplice azz!


In fondo, gli piaceva quel gusto che hanno gli intellettuali per un certo citazionismo, libero come il rutto di Fantozzi. Non che non avesse letto Kafka. Solo che, a 24 anni, in un rigurgito di ottimismo, regalò tutti i libri del diversamente allegro scrittore di Praga ad un'associazione pseudo culturale. Conservò per tutta la vita, invece, quelli di Luciano De Crescenzo: il primo amore non si scorda mai, salvo che non sia una chitarra.
Non che gli interessasse molto delle sorti dell'associazione, che frequentò solo per trovarsi la ragazza. Attratto da una che non se lo filava neppure di striscio e asfissiato dalle attenzioni di un'altra che non gli piaceva, andò via poco dopo, ma non senza prima recitare più di una volta il mea culpa. In realtà, dopo un eclatante ecchecazz, tutte io le incontro!, fece venire giù il calendario. In merito a Buñuel, erano anni che si riprometteva di guardare i suoi film, ma conosceva solo Il fascino discreto della borghesia. Però, non sentì mai l'esigenza di fare mea culpa per questa ragione.


Così come di Marco Ferreri vide soltanto La carne, e più per la bellezza di Francesca Dellera che per un reale interesse culturale: subiva il fascino delle donne dalla pelle bianchissima. A dire il vero, l'attrice gli era piaciuta molto di più in Capriccio, del regista preferito dai suoi ormoni giovanili, Tinto Brass. Ai tempi in cui era un pessimo studente liceale, ne affittò la videocassetta, rigorosamente pirata, insieme ad altri 4 compagni di scuola per ridurre la spesa a mille lire a testa. Fonti informate dei fatti sostengono che il videonoleggio in questione sia chiuso da tanto tempo: sono anni che internet permette a chiunque di essere un pirata a casa propria: non c'è più il fascino del proibito di una volta. Michele Del Gaudio, che amava molto anche la musica, anni dopo, pensò al film di Ferreri quando ascoltò una canzone che ebbe molto successo al Festival di Sanremo del 2002. Si chiamava Ho mangiato la mia ragazza.

- Fine primo tempo -
Inizio intervallo
  
Non è insolito che in una narrazione avvenga un cambio di registro, anche se non in modo così netto come sta per accadere. Dalla critica al pigro metaracconto della realtà ad opera di intellettuali affetti da citazionismo ed al cinema d'essai (o de curtura, come direbbe il coatto) firmato da Ferreri e Buñuel, - lontano dai gusti del pubblico, più incline ad apprezzare la poetica di Brass e dei film di Fantozzi - si passa adesso ad un momento introspettivo: un'autocritica che è anche il racconto di qualcosa di sordo come il dolore, ma non ancora muto come la rassegnazione. Spegni la sigaretta che l'intervallo sta per finire. No, non fermarti al bar a comprare le noccioline ricoperte di cioccolato che poi ti lamenti che ingrassi.

- Fine intervallo -
Secondo tempo
 
Essere una cosa sola con una donna, scoparla ed essere scopati nel corpo, nella testa e nell'anima. È davvero questo che si vuole quando si ama?, si chiedeva Michele. Non trovava una risposta, forse non aveva mai amato oppure non si era spinto mai più in là del desiderio. E di desideri ne aveva avuti tanti: improvvisi, repentini, privi di qualsiasi legame con la realtà del bisogno. Non lo era neppure cercare a tutti i costi di cogliere il senso delle storie, la sua e quelle degli altri. Un bisogno, s'intende. Aveva ragione Federico Fellini quando sosteneva di non avere messaggi da dare all'umanità. Semplicemente perché non ci sono messaggi, e forse neppure un'umanità cui relazionarsi.


Aveva bisogno di verità Michele; di qualcuno che gli dicesse che non c'era mai stata alcuna storia da raccontare o comprendere, almeno non una più meritevole di altre; di qualcuno che gli dicesse che era così anche per le donne. Perché amarne una soltanto, e perché proprio lei e non un'altra? Si dovrebbe dire di amare solo il giorno in cui, dopo averle conosciute tutte, si avessero abbastanza elementi per operare una scelta, pensava. Non la conosceva, non sapeva nulla della sua vita, ma gli era bastato guardarla per innamorarsene. L'aveva conosciuta, era entrato nella sua vita, e non ne era più innamorato. Avrebbe potuto sintetizzare così tutti i rapporti con l'altro sesso, dalla prima elementare ad oggi. Era ormai convinto avesse ragione Massimo Troisi che, nel finale di Pensavo fosse amore e invece era un calesse, sosteneva che un uomo e una donna sono le persone meno adatte al matrimonio.

Non hai ancora incontrato la persona giusta, continuavano a dirgli, dall'adolescenza ad oggi, che di anni ne aveva più di quaranta. E se fossi io la persona sbagliata per la futura donna della mia vita?, si chiedeva. Quanto sarebbe bello il mondo se la si smettesse di dare sempre la colpa agli altri!, pensava. Non ho mai avuto voglia di sposarmi, ammesso che ne abbia mai avuto la possibilità. E neppure di fermarmi troppo a lungo nell'esistenza di qualcuno. Il primo bacio, dato la notte di San Valentino, è l'unico ricordo che non ho mai voluto lasciare andare via. Ma sono tutti i sogni che immaginavo possibili in quel tempo, in quello spazio e con quella persona a mancarmi davvero. Tutto il resto l'ho dimenticato, o quasi. Quella lampadina che dovrebbe rimanere sempre accesa, come raccontato in Lezioni di volo di Francesca Archibugi, forse in lui era difettosa.


- Finale -

Michele Del Gaudio era solito esagerare, ma non mentiva sulla memoria del cuore: una volta fu costretto persino a mandare un messaggio alla sua migliore amica per ricordare il nome di una ex. Ci rimase malissimo! La leggenda narra che accese la televisione e non la spense mai più. Altri sostengono che provò a partire per un viaggio, ma rimase intrappolato in un vortice spazio temporale sulla tangenziale, all'altezza dell'aeroporto di Capodichino. Dicono che adesso appaia di tanto in tanto negli episodi di Dr Who. La tesi meno credibile, infine, lo vuole impegnato a scrivere un romanzo postumo.

Massimiliano Cerreto


Lele Battista, Il Nido