25 maggio 2016

Dio esiste (forse), ma non vive a Bruxelles

Una storia di padri, figli e aspettative mancate



Niente è come appare. Nella vita come al cinema. Soprattutto in quello di Jaco Van Dormael, autore e regista belga ancora poco conosciuto in Italia. Le sue opere sono altro anche dalla tanto acclamata cinematografia contemporanea del suo Paese, e di cui i fratelli Dardenne sono considerati, a torto o ragione, gli esponenti più illustri. Basti pensare che il precedente Mr. Nobody (2009), amato dalla critica e dal pubblico internazionale al punto da essere considerato un cult, non è mai uscito nelle nostre sale, e le versioni in dvd non contengono i sottotitoli nella nostra lingua. Una mancanza sopperita dall'autarchia della rete e da un gruppo di traduttori appassionati.

(Aggiornamento: pubblicata l'edizione con il doppiaggio in italiano. 06/08/2016)



E, anche se potrebbe sembrarlo, questa non è una recensione di Le tout nouveau testament (2015), il suo ultimo film, da noi uscito come Dio esiste e vive a Bruxelles. Sia perché nessun commento più o meno critico può restituire il senso/esperienza di un'opera – la vita è meglio viverla che farsela raccontare dagli altri - sia perché qui cerco solo di rispondere ad una domanda scaturita dalla sua visone: ma Dio vive davvero a Bruxelles? Che è un po' come chiedersi se nella Coca-cola vi siano o meno tracce di foglie di coca. I chimici sostengono di no, ma come fare a mettere la fantasia di Van Dormael in una provetta? E anche Dio ci starebbe un po' strettino, diciamocela tutta.



Credo che il dio del regista, qui anche cosceneggiatore con Thomas Gunzig (doveroso citarlo), sia una metafora della figura paterna e che il tema centrale della narrazione sia il senso diffuso e generalizzato di frustrazione. Ad originarlo, le tante aspettative mancate lungo il corso della vita, dall'infanzia all'età adulta. Per un bambino non è forse il mondo intero ad essere modellato ad immagine e somiglianza delle figure genitoriali? E a chi demanda il bambino il soddisfacimento dei propri bisogni, materiali ed affettivi, se non alla madre ed al padre? E cosa accade quando le nostre istanze non vengono accolte? In primis dalla famiglia e poi dalla società. Ha origine appunto la frustrazione, e con essa un insieme di erronee attribuzioni di responsabilità. Si può davvero essere certi nel dare a noi stessi oppure ad altri la colpa di ogni piccolo o grande fallimento che sperimentiamo? Ammesso poi che di fallimenti si possa parlare. In altre parole, per me il dio di Van Dormael è un povero diavolo, un po' come tutti noi. Questa però è la conclusione del mio ragionamento, occorre iniziare dal principio.



C'era una volta un dio brutto sporco e cattivo, umano troppo umano. Viveva in un grigio appartamento della non meno grigia Bruxelles, e con lui una moglie – divinità dimenticata e rassegnatasi ormai al tacito dissenso - ed una figlia di dieci anni di nome Ea. Del più noto figlio maggiore della coppia, un certo JC (che in francese suona Je suis, io sono), è vietato parlare: una vera spina nel fianco per il padre padrone. Un giorno, la figlia combina un disastro rivelando all'umanità il tempo che resta da vivere a ciascuno di noi, scappa di casa attraverso l'oblò della lavatrice, trova sei apostoli e si fa aiutare a scrivere un nuovo nuovo testamento (da qui, il titolo). Sarà la madre, da brava dea ex machina, a rimettere le cose a posto, non senza un pizzico di creatività femminile. Sin qui la fabula di Le tout nouveau testament.



Una favola, appunto. Perché è nel mondo immaginario di una bambina di dieci anni che entriamo, e quanto accade nei centotredici minuti successivi è solo frutto della sua fantasia. Ovvio, diranno in molti, non è mica un documentario. Meno ovvio di come sembra, soprattutto se si pensa a quel patto di sospensione dell'incredulità tanto caro ai semiologi. Se il dio raccontato nella pellicola fosse davvero Dio, JC non sarebbe figlio di una dea decaduta, ad esempio. Ma di questa leggerissima discrepanza dalla versione ufficiale della storia ce ne si rende conto quando scorrono i titoli di coda.



Sono propenso a ritenere che, come accade nel più complesso Mr. Nobody - incentrato sul concetto di scelta e sul rapporto causa effetto - ciò che accade dinanzi agli occhi dello spettatore sia il racconto del mondo interiore della protagonista. Non una sequenza di fatti più o meno ordinati crono-logicamente, ma il viaggio immaginario di una preadolescente verso la consapevolezza di sé: ecco a cosa si assiste realmente. Non è forse proprio Ea a stipulare con noi spettatori, sin dall'inizio, il patto cui ho accennato prima?



Forse è necessaria una (non tanto) breve digressione sull'unicità del cinema di Jaco Van Dormael: la capacità di restituire al pubblico una visione del mondo tra sogno e realtà tipicamente infantile. In altre parole, nella sua filmografia si celebra il trionfo del pensiero magico, che non ci abbandona mai del tutto, neppure da adulti. Ed ecco il perché dell'estetica visionaria e a tratti surreale che tanto caratterizza le sue pellicole. Senza trascurare il modo in cui i toni del dramma e della commedia riescono a sovrapporsi senza mai annullarsi a vicenda. Avviene anche in Le tout nouveau testament, dove ci si commuove tanto e si ride altrettanto spesso. Ed è poi nota la vicinanza del regista al mondo dei più 'piccoli', incluse le persone con disabilità. In particolar modo, quelle affette dalla sindrome di Down, cui ha dedicato lo straordinario Le huitième jour (L'ottavo giorno, 1996).



In Toto le héros (1991), l'opera prima e forse la più bella, soltanto il suo sguardo incantanto riesce a restituire purezza al tema tanto delicato dell'amore al limite dell'incesto tra un fratello ed una sorella. Il cinema di Jaco Van Dormal è quindi quello di un adulto consapevole di rivolgersi ad un pubblico altrettanto adulto, ma con una capacità di osservare la realtà che i 'grandi' spesso dimenticano di possedere. Salvo poi rimanere vittime inconsapevoli del lato oscuro del pensiero magico, ovvero finendo con il credere ai santi, maghi e guaritori del nostro tempo.



Tornando a Le tout nouveau testament, Ea compie un viaggio alla scoperta di sé, animata dal desiderio di sovvertire il mondo modellato ad immagine e somiglianza del padre/dio. In lei convivono sia una sorta di delirio di onnipotenza sia la paura di non riuscire nell'impresa. Tanto che chiede aiuto al fratello maggiore, che per me non è il Cristo dei vangeli, ma un amico immaginario un po' speciale. Prima di partire, quindi, si confronta con i propri limiti: non sa compiere miracoli, non sa piangere, ha un problema di disgrafia, non ha mai mangiato una mela e non ha mai visto il mare. Ha però il dono di ascoltare la musica interiore delle persone, creare sogni su misura e parlare con gli animali.  E va sottolineato come in tutte le opere di Van Dormal la musica è elemento narrativo al pari delle immagini e dei dialoghi. Al termine della storia, che ne coglie solo un momento della transizione, Ea si scoprirà migliore dell'idea di se stessa, ma non riuscirà a recuperare il rapporto con la figura genitoriale tanto osteggiata. Non rimarrà da sola, però: alla famiglia d'origine, a poco a poco, si sostituirà quella elettiva, non meno importante.


(Un'altra digressione, piccolissima e sottovoce, in merito al numero degli apostoli: dodici quelli di JC e sei quelli di Ea. Ufficialmente, come spiegato nel film, 18 è il numero dei giocatori di una squadra di baseball, lo sport preferito dalla dea/madre. Basta, però, una piccola ricerca per apprendere che i numerologi vi associano la figura di Gesù, che io preferisco chiamare Yeshua, ma questa è un'altra storia.)



Ogni transizione necessita di un rito di passaggio. Affinché la ragazzina possa abbandonare per sempre l'infanzia ed il relativo sistema di credenze, che sino ad allora l'avevano confinata in un mondo ad immagine e somiglianza dei genitori/divinità, deve compiere un atto rivoluzionario. Entra così nel luogo proibito della casa, lo studio del padre/dio, e manomette il suo computer. Non un pc qualsiasi, ma quello su cui lei sostiene vengano programmate le leggi universali volte a rendere la vita un inferno a noi comuni mortali. E qui gli autori si sono ispirati non ai dieci comandamenti, ma alle più celebri leggi di Murphy. Accecata dalla collera e dal rancore per le percosse subite dal genitore, con il preciso intento di mandare all'aria il progetto paterno/divino, convinta di poter fare meglio di lui, finisce con il rivelare all'umanità la data di morte. Ma, come tutti i bambini, non è davvero consapevole delle conseguenze delle proprie azioni. Ammesso che gli adulti lo siano.


(Da notare che, nelle sequenze utili ad introdurre le figure dei sei apostoli, il primo a morire è lo stesso Van Dormael in un brevissimo cameo.)



Ed eccoci arrivati alla parte più interessante del film: la narrazione della vita degli apostoli. È qui che il tema della frustrazione assume la sua centralità. Sei persone diverse, sei storie differenti, ma accomunate da un'idea di fondo: siamo noi stessi l'ostacolo più grande al raggiungimento della felicità. In realtà, sono sette le persone che incontra Ea una volta scappata di casa attraverso l'oblò della lavatrice, moderno ingresso alla tana del Bianconiglio. La più importante non è un apostolo, ma un barbone dislessico: figura complementare a quella della ribelle e giovane protagonista, che, va ricordato, è affetta da disgrafia. A lui il compito di scriverlo materialmente il nuovo nuovo testamento. Si chiamava Victor, il suo sudore odorava di sale, di aglio e di limone (…) il genere di padre che avrei sempre voluto avere: la bambina lo descrive così.


La prima apostola è Aurélie, giovane donna molto bella e per questo oggetto del desiderio degli uomini di tutte le età e di disprezzo da parte delle altre donne. Purtroppo la sua infelicità le deriva dalla convinzione di non meritare l'amore per via di una grave menomazione fisica: le manca un braccio a causa di un incidente ferroviario avvenuto quando era ancora bambina. Mia cara ragazza, la vita è una pista di pattinaggio, sono in molti a finire a gambe all'aria: è la pillola di filosofia donatale da un (altro) barbone e anche il suo personale contributo al nuovo nuovo testamento. 

(Da notare che l'arto mancante è quello destro: che sia metafora dell'emisfero cerebrale deputato ai sentimenti?



L'amore entra nella vita di Aurélie grazie all'incontro con il quarto apostolo, ma adesso è la volta di Jean Claude, un bambino che sognava di diventare un grande avventuriero e che, da adulto, si ritrova a dare in affitto la propria vita svolgendo un lavoro noioso e ripetitivo. La chiamano realtà, non è il massimo, commenta Victor al riguardo. Appreso quanto gli resta da vivere, Jean Claude molla tutto e trasforma la panchina di un parco pubblico nella sua nuova casa. L'incontro con un uccellino e con Ea, che ne comprende e traduce il linguaggio, lo convinceranno ad intraprendere il viaggio sempre sognato.



Più difficile entrare in empatia con Marc, il terzo apostolo, detto l'obsédé, che in italiano è stato tradotto come erotomane. Forse sarebbe stato più giusto usare l'accezione ampia del termine: l'ossessionato. Perché è questo che è: una persona ossessionata dal ricordo del suo primo amore, - una ragazzina conosciuta in un campeggio - da una sequela di innamoramenti con il vuoto a perdere e accecata dal bisogno disperato di sesso. Spinto dalla mancanza di denaro, speso quasi tutto in spogliarelli, trova lavoro come doppiatore di film porno. Tra un rullo ed un altro, incontra un giorno proprio la ragazzina del campeggio, oggi diventata donna, e con una personalità non meno fragile della sua. Insieme vivono la loro prima volta.



Anche il quarto apostolo è una persona ossessionata, ma dalla morte e dalla convinzione di avere il compito di traghettare le anime dal mondo dei vivi a quelle dei defunti. Ecco perché François si è dato l'appellativo di assassino. Non lo è, ad eccezione dell'uccisione di qualche animale domestico durante l'infanzia. È invece una persona incapace di amare. Anzi, si impone a tutti i costi di non amare, ma poi torna alla vita grazie all'incontro con la bella Aurélie. A pensarci bene, l'accostamento tra Marc e François non richiama forse alla mente quello tra Eros e Thanatos? Basta la devo smettere di leggere le riviste femminili che porta a casa mia madre e tutte quelle stupide domande delle lettrici allo psicologo di turno.



Vedere Catherine Deneuve, la diva francese per eccellenza, a letto con un gorilla è a dir poco grottesco. L'attrice, forse l'unica interprete del film nota al grande pubblico italiano, impersona Martine, la quinta apostola: donna âgé, sposata ad un uomo ricco ma distratto. Tra shopping compulsivo e sesso mercenario, trova l'amore in un gorilla del circo. Facile intuire che l'animale simboleggi la natura istintuale dell'uomo. Un po' come dire che le mancava un vero maschio che la facesse godere, ops.



La figura di Willy, il sesto apostolo, è quella più difficile da interpretare. Coetaneo (all'incirca) di Ea, il ragazzino è vittima dell'ossessione materna per le malattie. Gli apprensivi e benestanti genitori, saputo che il loro unico figlio sarebbe morto di lì a poco, gli concedono un ultimo desiderio. Comprensibile lo shock quando comunica loro la volontà di diventare una bambina. Il pensiero dell'appassionato di cinema va subito al bellissimo Ma vie en Rose (La mia vita in rosa, 1997) del regista belga Alain Berliner, ma credo che le intenzioni di Van Dormael fossero altre dal mero citazionismo. Qui l'accento non è posto sul tema dell'identità di genere. Willy è l'amico/a che Ea non ha mai avuto, il suo primissimo amore e l'opportunità di riscrivere il mondo ad immagine e somiglianza dei 'piccoli'. E insieme vivono quella felicità e libertà che non hanno mai conosciuto prima, compresa la possilità di dare un nuovo nome ai giorni della settimana.



Le storie degli apostoli si alternano alle vicissitudini del padre/dio. Tornato sulla Terra per riportare a casa la figlia, dimostra di non sapersela cavare tanto bene fuori dal suo appartamento e lontano dall'amato pc. Pensando al discorso con il prete, che lo accoglie come uno dei tanti bisognosi della parrocchia, si ha davvero l'impressione di trovarsi di fronte ad un dio cattivissimo e responsabile di tutti i dolori degli uomini. Eppure, infranto il patto di non incredulità, continuo a credere sia solo il sogno di una bambina di dieci anni arrabbiata con il padre.



Le conclusioni le ho già anticipate e non mi resta che dire: Dio esiste (forse), ma non vive a Bruxelles. Almeno credo.


Massimiliano Cerreto
 




(The Chordettes, Mr. Sandman)